Descrizione geografica:
Il castello è posto a m. 204 s.l.m. sulla sommità di un colle su cui si estende il centro storico. Esso è situato sulla sponda destra del t. Canna, non lontano dalla linea di costa di cui domina l’ampia piana.
Datazione:
– insediamento castellare di epoca sveva (XIII)
– castrum di età angiona (XIV)
– fortezza di età aragonese (XV)
– castello ampliato in età viceregnale (XVI)
– residenza feudale di età post-medievale (XVIII-XX)
Dati storici:
Il castello fu fatto costruire da Federico II tra il 1220 ed il 1225, cui seguì in tempi rapidi lo sviluppo del centro abitato nel quale convogliarono le genti di una serie di castra (insediamenti fortificati) presenti nel territorio, come Murge di Santa Caterina, Monte Soprano e probabilmente Presinace di Nocara.
L’Imperatore prima dell’inizio dei lavori architettonici inviò degli operai per i lavori di scavo e la preparazione della calce. I quali si stabilirono in un villaggio che prese il nome di “Li carcari” dalle fornaci che dovettero essere apprestate per la calce ed i laterizi necessari alla costruzione della fortezza.
In seguito troviamo Rocca negli “Statuta Officiorum” svevi del 1239 tra i “Castra et domus imperialibus solaciis deputata” della Lucania. Il nuovo villaggio formato dagli operai e dai pochi individui che vi vivevano con le proprie famiglie, non era ancora sufficientemente sviluppato e perciò Federico II decise di inviarvi una colonia nel 1239.
In due decreti di Carlo d’Angiò del 1271 e del 1278 leggiamo che, a parte il rafforzamento della zona con la costruzione del castello di Roseto, cui parteciparono i Rocchesi, la popolazione del paese, nel secolo XIII, veniva distinta in due gruppi: quello dei Rocchesi di origine e quello dei nuovi venuti da Mormanno come operai per edificare il castello. Terminato il dominio angioino, nel 1487, Alfonso II d’Aragona duca di Calabria non si limitò solo a rafforzare la rocca con l’aggiunta di mura di cinta e torri merlate, ma la ampliò in modo da coprire in molte parti il vecchio monumento svevo.
Nei secoli XIV – XVII il territorio di Rocca Imperiale fu oggetto di numerose incursioni di cui celebre quella del 1644 quando resse all’attacco di 4000 pirati. Gravi danni furono apportati dai Turchi al tempo del vicerè Medina di Las Torres. Dal 1463 fu infeudato ai Sanseverino di Salerno e nel 1504 di Guelvara. Nel 1568 risulta acquistato, fino alla Torre di Mare, dai principi di Stigliano; ceduto successivamente ai Filoccaro, nel 1596 passa ai Carbone e poi nel 1700 ai Crivelli, a cui si devono le ultime notevoli alterazioni del maniero, con l’aggiunta delle grandi fabbriche soprastanti.
Con la fine del feudalesimo e la vendita degli arredi inizia un periodo di devastazione e di abbandono che ha compromesso notevolmente la stabilità del monumento.
Aspetti Architettonici, artistici ed archeologici
Il Castello evidenzia una pianta di forma quadrangolare, costituita da un maschio poligonale a scarpa, delimitato a sud da uno sperone roccioso che si protende sino ai margini della collina. La fortezza presenta ad Ovest una torre a sezione cilindrica (11) senza scarpatura, di certa attribuzione federiciana. Sul lato di Nord-Ovest una torre amigdaloide (9) (Torre Frangivento) di manifattura aragonese.
A Nord-Est si erge la torre “Polveriera” (4), con base troncoconica e sezione superiore cilindrica, conforme alla splendida torre di Sud-Est (3) finemente decorata da beccatelli e cinta da merli e caditoie, nello stile tipico aragonese.
Il mastio è circondato da un muro di cinta, provvisto di parapetto, che limita un fossato largo e profondo circa otto metri. Un primo ponte (1), introduce il visitatore ad una via sopraelevata racchiusa in un bastione merlato (2) (La Cittadella). La stretta stradina conduce al portale di Federico (5), un tempo protetto dal ponte levatoio.
La cittadella (2) si può ritenere un vero e proprio bastione in quanto elemento architettonico angolare applicato con lo scopo di consentire una difesa ottimale del versante sud-est del castello e di agevolare l’uso delle artiglierie proprie racchiuse nel suo interno. Costruito a partire dal 1487, il bastione presenta una merlatura guelfa a sommità piana, con feritoie (fessure sagomate in modo da consentire la difesa dall’alto con armi da lancio) e caditoie (fori quadrati posti sotto le feritoie da cui venivano gettati sassi e liquidi bollenti). Adiacente alla merlatura è possibile osservare lo spalto del camminamento di ronda.
Il fossato, generato dalle mura della cittadella e dalla cinta muraria aragonese, consiste in un profondo ed ampio scavo lungo il perimetro esterno della fortezza così da ottenere un isolamento controllato dalla cortina muraria e delle torri.
La rilevante pendenza usata frequentemente nella scarpatura della cortina muraria veniva adottata per tenere lontano le scale e le torri di assedio del nemico e per inquadrare più favorevolmente il campo di tiro degli archi e delle balestre.
Preceduto dal ponte levatoio, trasformato in stabile nel XVII secolo, il portale di ingresso (5) è costituito da una semplice struttura ad arco circolare a tutto sesto rafforzata ai lati da due contrafforti. I fianchi interni sormontati da una volta a botte recentemente ricostruita in tufo e laterizio, accolgono a destra una casa matta e a sinistra un locale di guardia. Il portale presenta una caratteristica conosciuta e presente soltanto nei castelli di Federico II di Svevia: un’intercapedine nell’arco attraverso cui veniva calata la grata metallica a difesa dell’ingresso, quando il ponte levatoio era aperto. Oggi questa fessura è parzialmente murata. Sono ancora visibili, però, ai lati del portale, i fori delle catene di trazione del ponte.
Posta a protezione del ponte levatoio, la torre di sud-est (3) è a pianta circolare con base troncoconica e sezione superiore cilindrica, con il “redondone” o “cordone catalano” nel punto di giunzione tra la base scarpata e la parete verticale.
Sulla sommità della torre possiamo osservare la splendida decorazione dei beccatelli e la cortina di merli con feritoie e caditoie. Il redondone, oltre ad avere uno scopo puramente decorativo, serviva ad ampliare il raggio d’azione delle colate di pece che, rimbalzando su di esso, diventavano una vera e propria pioggia incandescente, che schizzava sul nemico assiepato alla base della torre. Le scie nere visibili ancora oggi sulle torri e sulla cortina del castello sono proprio le tracce dei versamenti di pece, che ci testimoniano gli assedi subiti dalla fortezza.
Superato il portale d’ingresso federiciano, ci si trova di fronte all’atrio realizzato a mo di scalone di accesso (6), reso ancora più imponente e solenne dalle arcate a tutto sesto, realizzate dai Duchi Crivelli a sostegno del primo piano del palazzo settecentesco. Lo scalone, risalente all’età sveva, è costituito da un mattonato disposto a lisca di pesce, per resistere meglio all’usura e al logorio dovuto al calpestio anche dei cavalli. In cima allo scalone tre gruppi di semicolonne con capitello decorato con “foglie di papiro” stilizzato (XIII sec.).
Le cucine (7), probabilmente risalenti al XV secolo, conservano ancora alcuni elementi originali: una cisterna, i lavatoi, 4 fuochi o fornelli e 2 forni per la panificazione.
La cisterna, profonda circa 8 metri, raccoglie tutt’ora l’acqua piovana ed è il primo dei 3 grandi serbatoi presenti nel castello. L’acqua piovana veniva convogliata dal tetto in coppi-canale e tubi di terracotta. Attinta l’acqua, si versava in una piccola vasca posta sulla parete di fronte, comunicante con i lavatoi attraverso una canaletta di terracotta tuttora visibile nella muratura.
Di fronte ai lavatoi 4 fuochi o fornelli di forma circolare, dal diametro digradante, sui quali si intravedono i ruderi di una cappa che serviva per aspirare il fumi prodotti dalla combustione. Sicuramente questo era l’ambiente dove si riscaldava la pece e l’acqua da rovesciare sui nemici (non olio, come viene erroneamente creduto visto che si trattava di un bene troppo prezioso). Sotto l’arco a tutto sesto sono presenti due forni, di cui rimangono solo le basi realizzate con mattoni refrattari ed i resti di un’enorme canna fumaria. Sotto i forni ed i lavatoi si possono notare dei piccoli ripostigli per la legna.
Piazza d’armi è il termine architettonico di origine antica con cui si definivano luoghi atti alle esercitazioni militari, alla raccolta di truppe o pezzi d’artiglieria e si tratta, come in questo caso, della zona posta alla sommità delle torri, delimitata dal parapetto merlato e dalle caditoie, costituite dai fori posti sotto gli archetti emersi dopo il restauro. Sulla facciata dell’edificio è visibile una piccola monofora ogivale, l’unica finestrella medievale sopravvissuta alla modernizzazione settecentesca.
Sul lato sud-est della piazza d’armi una ripida scala scende in quelle che, secondo la tradizione, sono le carceri del castello, e prosegue poi lungo due direttrici: la prima conduce all’interno del fossato grande, la seconda nella casamatta posta alla base della torre di sud-est e ad un ampio vano con volta a botte, tradizionalmente indicato come la stanza delle torture. Le carceri presentano un soffitto con volta a botte e feritoie sulle pareti da cui prendono luce ed aria; la lunghezza (7 metri) della feritoia sul fronte sud ci fornisce un’indicazione circa lo spessore delle mura del castello.
Il versante ovest è dominato dalla mole del palazzo settecentesco che sovrasta la torre amigdaloide a Nord-Ovest (9) e la torre di età federiciana (11) a Ovest. La torre amigdaloide (XV secolo), così denominata per la sua forma a mandorla, è detta dagli abitanti di Rocca Imperiale Torre Frangivento perché con la sua punta, che ricorda un manufatto preistorico in selce, sembra dividere i forti venti invernali provenienti dal monte Coppolo. La torre amigdaloide possiede tre casematte.
Rivolgendo lo sguardo a sud, sotto un grande arco a tutto sesto, il visitatore può ammirare le scuderie (10) del XIII secolo, che conservano una magnifica pavimentazione realizzata con ciottoli in cui sono segnati gli stalli dei cavalli, con al centro una canaletta in mattoni che serviva a raccogliere i liquami prodotti dagli animali, mentre sulle pareti sono visibili i resti delle mangiatoie.
Accanto alle scuderie troviamo la torre più antica del castello, risalente all’età sveva (XIII secolo), è denominata Torre di Federico. Si tratta di una torre perfettamente cilindrica, senza scarpatura e senza la decorazione del redondone, dalla superficie minore rispetto alle torri aragonesi.
Il palazzo settecentesco, costruito a partire dal 1717, rappresenta la residenza dei duchi Crivelli che si sovrappone ed interseca letteralmente i precedenti corpi di fabbrica medievali così da trasformare la fortezza militare in un elegante palazzo nobiliare. L’esterno presentava il tipico intonaco rosso a falsi mattoni con l’ampia cornice aggettante secondo il gusto dei palazzi del settecento napoletano, ma anche l’interno era riccamente decorato da pitture murarie i cui colori dominanti erano il rosso pompeiano, l’ocra e il verde come si evince dalle tracce superstiti visibili qua e là, soprattutto sotto gli stipiti delle finestre.
Il palazzo settecentesco ingloba l’antico dongione o mastio del castello federiciano, vale a dire la torre più alta e centrale, progettata per servire sia come punto di osservazione che da ultimo rifugio, nel caso in cui il resto della fortificazione fosse stata occupata dal nemico. Dalla piazza d’armi, sulla sommità del palazzo è possibile scorgere la merlatura che decorava il dongione.
Monumenti e Musei da visitare
• Chiesa Madre
• Chiesa della visitazione della B.V. Maria
• Madonna della Nova
• Il Monastero dei Frati Minori Francescani
• Museo delle Cere
• Parco archeologico Murgie di Santa Caterina
Ente Gestore:
Associazione FidemArtem aps Rocca Imperiale
Indirizzo:
Via Trevie, 2, 87074 Rocca Imperiale (CS)
Contatti:
Mail: castellosvevo@roccaimperiale.info
Tel. 342 9965876




